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FONDATO DAL PROF. VITO RUBINO IL 12 LUGLIO 1896
PREMIATO NELLE ESPOSIZIONI DI ROMA, PALERMO, PARIGI, MARSALA
SETTIMANALE DI ATTUALITA' POLITICA, CULTURA, AGRICOLTURA, COOPERAZIONE, TURISMO, SPORT
ANNO 123 - NUMERO 11                                                                  MARSALA, 30 Settembre 2019



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LE RAGIONI DI GRETA E GLI IMBUCATI ALLE FESTE


In punto di ecologia e di tutela dell’ambiente, ci affidiamo alla nostra storia. Già dagli anni ’70 ci siamo fatti dei nemici mettendo i bastoni tra le ruote di chi voleva fare dell’Isola Lunga un luna-park, per passare attraverso le campagne contro le trivelle, i convegni per la tutela dello Stagnone alla Camera dei Deputati, la difesa con le unghie e con i denti del Podere Badia, per finire con l’impegno contro Acquasal.
I Fridays for futures non ci lasciano indifferenti ma nemmeno ci esaltano. E’ tutto così fumoso, tutto così indefinito che la protesta di Greta Thunberg sembra più una trovata pubblicitaria che altro. Prendete, ad esempio, il suo drammatico discorso all’ONU, dove in stato di alterazione urla “How dare you?” (“come avete osato?”): una perorazione di tanta forma e poca sostanza: perché, in sostanza, cosa ha detto? Che le hanno rubato il futuro. Sì, ma in che modo? In quali termini? Con quali conseguenze? Non è stata così chiara, nonostante l’aura messianica con cui è stata circonfusa dai media. Ad ogni modo, bene la pars destruens. E la pars construens? Non ci pare che Greta abbia quantomeno indicato una via per risolvere il problema. Via che, comunque, passa necessariamente attraverso la rinuncia a tutto ciò che noi definiamo “civile”. Fate un esperimento con voi stessi: cosa ne pensereste di un albergo dove l’acqua è razionata? Dove non esiste il bidet? Dove i saponi (che inquinano) sono distribuiti col contagocce? E questo – sia chiaro – è il palliativo visto dal nostro astraco di “primo mondo”.
Se poi analizziamo la situazione con gli occhi del “secondo mondo”, allora la cosa si fa ben più tragica. India e Cina sono le due nazioni che immettono nell’atmosfera più CO2 in assoluto (dal 2000 al 2016, le immissioni sono aumentate del 208% per la Cina e del 155% per l’India), ma sono anche le nazioni che hanno visto porzioni enormi di popolazioni emanciparsi dall’incubo della fame, e ciò proprio grazie a quelle fabbriche che inquinano. Ora, andate voi a spiegare all’operaio indiano che l’azienda da cui prende i soldi per comprare le aspirine a suo figlio, va chiusa perché “inquina”. Eh, sì, Signori miei: il progresso inquina. Ma il progresso è quel fenomeno grazie al quale abbiamo debellato fame e malattie. Inutile girarci attorno: le cose stanno così e non c’è nulla da fare. Fa male anche a noi riconoscerlo.




   Riccardo Rubino
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