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FONDATO DAL PROF. VITO RUBINO IL 12 LUGLIO 1896
PREMIATO NELLE ESPOSIZIONI DI ROMA, PALERMO, PARIGI, MARSALA
SETTIMANALE DI ATTUALITA' POLITICA, CULTURA, AGRICOLTURA, COOPERAZIONE, TURISMO, SPORT
ANNO 121 - NUMERO 7                                                                  MARSALA, 10 Maggio 2018



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Mafia Antimafia e anti-antimafia


Alcuni giorni fa Tp24 ha riportato il pezzo di Attilio Bolzoni apparso su Repubblica, dove il giornalista lamentava la mancata partecipazione della cittadinanza favarese alla presentazione del suo libro antimafia. Ora – sostiene il giornalista – va bene che le sale siano mezze vuote… ma addirittura zero, cioè proprio nessuno, è un qualcosa che deve far riflettere. Bolzoni sembra sostenere che la colpa è di qualcuno che “fa tremare il paese” e forse sarà anche così, ci mancherebbe.
Ma è anche vero che c’è un sentimento obliquo che serpeggia tra la popolazione: ci si è stancati della mafia, ci si è stancati dell’antimafia, degli sceneggiati, delle serie TV. Ci si è stancati dei libri, delle presentazioni dei libri, delle ricorrenze, delle navi della legalità che Dio solo sa a cosa servano. E’ un tema ormai trito e ritrito fatto di attori da palcoscenico e non solo, che ha denaturato completamente un argomento complesso, delicato, importante. Noi ci ricordiamo (uso il plurale redazionale)  di quando fare antimafia era affare pericoloso e per pochi. Infatti, quei pochi che lo facevano venivano trattati con affetto dai magistrati il cui nome, ora, fa parte della toponomastica di tante città italiane: uno su tutti, il Giudice Antonino Caponnetto. Ma attenzione: era difficile non tanto quando si parlava dei massimi sistemi, di cupole e simili; alla fin dei conti, era come se un giornalista di provincia lanciasse i suoi strali contro Berlusconi: troppo lontano per essere colpito seriamente. Era difficile, piuttosto, quando si parlava dei sistemi locali: di come funzionavano le bische e le sofisticazioni, in un’epoca in cui – erano gli anni ’90 - molti pesi massimi erano “peri peri”.
Va però specificata una cosa, in grande onestà: non si rischiava la pelle come un Francese o un Siani. Cosa Nostra aveva appena cominciato quel procedimento di immersione dopo decenni di stragismo. Uccidere avrebbe solo fatto danni.
All’epoca, fare antimafia culturale era un impegno essenziale per la sua lotta; esattamente secondo i canoni di Gesualdo Bufalino, serviva un esercito di maestri elementari per instillare nelle nuove generazioni (gli adulti di oggi, 2018) che sì, quella piovra esisteva eccome, ed occorreva aprire gli occhi e spiegare un fenomeno la cui esistenza - poco tempo prima - veniva addirittura negata. Vent’anni, signori, vent’anni di celebrazioni e giornate del ricordo hanno plasmato abbondantemente l’opinione pubblica nostrana. Se negli anni ’80 era abbastanza comune trovare gente sostenere che “La Mafia dà lavoro”, oggi è assai difficile reperire per strada un giovane che studia per diventare capobastone (al netto, ovviamente, di casi patologici).
Con questa nuova consapevolezza, ormai oggettivamente assodata, l’antimafia ha esaurito il suo ruolo. “La mafia in sé non mi fa venire in mente nulla” – diceva nel 2005 uno degli ultimi filosofi italiani, il catanese Manlio Sgalambro – “Come la patria, i morti di Solferino. Cose vetuste. Sciascia era lo scrittore civile, un maestro di scuola che voleva insegnarci le buone maniere sociali. Ma rivisitarlo oggi è come rileggere Silvio Pellico. La sua funzione si è esaurita. Sciascia non serve più. Occorre una nuova riflessione, un’altra coscienza siciliana”. Badate bene: Sgalambro non sta dissacrando Sciascia, come potrebbe sembrare a prima vista, ma ne contesta l’utilità, oggi.




  Riccardo Rubino
  (Segue...)





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