Celebrare la Pasqua con san Francesco d’Assisi

Celebrare la Pasqua con san Francesco d’Assisi

di Don Marco Renda

Nella notte tra il 3 ed il 4 ottobre del 1226 Francesco d’Assisi viveva la sua pasqua; sorella morte lo accompagnava dolcemente nella luce dell’eternità. Quest’anno, celebrando l’ottavo centenario del suo “Transito” ritorna con più forza la sua esperienza straordinaria ad illuminare l’evento cristiano, essendo davvero la vita di colui che è stato definito un alter Christus un’autentica esegesi dell’evento fondativo del cristianesimo. Per comprendere fino in fondo il lascito spirituale di Francesco bisogna strapparlo alle oleografie che vogliono aggiogarlo a stereotipi contemporanei di campione dell’ecologia o rivoluzionario sociale dal sapore hippy, girovago di una ebete giocondità. Francesco è un uomo cristiano del suo tempo, che intuisce che è possibile e liberante vivere il Vangelo sine glossa, e di questo fa la forma della sua vita e di quanti vorranno condividere il suo carisma.

Nel 1223, sul monte della Verna, Francesco fa una esperienza straordinaria di cos’è il mistero e la grazia della Pasqua; egli arriva a quel monte stanco, malato, amareggiato dal fatto che i suoi frati non sono come lui li aveva sognato. Ed è lì, in prossimità della festa dell’Esaltazione della Croce, la festa che svela solennemente il volto glorioso del Venerdì Santo, che Francesco riceve le stimmate. Tommaso da Celano, il primo biografo di Francesco, racconta che appare al Santo un serafino come un uomo crocifisso, e quella visione provoca in Francesco gioia grande per la visione e grande amarezza nel condividere il dolore dell’uomo inchiodato alla croce e quando la visione svanisce Francesco trova nelle mani e nei piedi come dei chiodi di carne, ed il costato aperto da una ferita sanguinante (1Cel 94-96). 

E’ interessante leggere questi segni. Innanzitutto appare un serafino, uno degli angeli di fuoco. Il serafino ardente richiama alla passione che brucia, che fa ardere il cuore per qualche cosa di grande. Il serafino è il contrario assoluto dell’indifferenza e dell’apatia. Pasqua infatti è pathos, una passione quasi “erotica” che impegna tutte le forze dell’essere, un amore appassionato ed appassionante che non ha paura di diventare passione di sofferenza per vivere fino in fondo quello che si è sentito come vitale. Appare poi un uomo crocifisso, i racconti della biografia, a differenza delle innumerevoli traduzioni nell’arte di questo episodio, non dicono che si tratti di Cristo; è una forma d’uomo, forse è la forma hominis, che è di essere crocifisso alla storia, alla realtà, alla vita e che chiede pathos, compassione appassionata, di cui il Cristo crocifisso è la piena realizzazione, poiché Egli “si è caricato dei nostri dolori” (Is 53,4), ha vissuto nella sua croce tutto il dolore del mondo per redimerlo assumendolo. 

Francesco scopre le stimmate non come ferite, come l’arte le raffigurerà, nelle mani e nei piedi, ma come chiodi di carne: la nostra carne, cioè il nostro limite umano, ci inchioda nel nostro fare (le mani) e nel nostro andare progettuale (i piedi), un limite che accolto, assunto ed amato apre alle infinite possibilità del reale, poiché è aperto e libero il cuore, come la piaga del costato, questa sì ferita sanguinante, germinante continua effusione di vita nell’amore infuocato ed appassionato che il serafino canta con le sue ali di fuoco. 

Davvero in Francesco si sono impressi i segni della Pasqua di passione compassionevole del Cristo, che diventa vita sempre risorgente; ci ottenga il Patrono d’Italia di vivere come lui con passione d’amore, senza temere la passione di dolore, perché il mondo ritrovi la via della fraternità, della pace e del bene che diventa augurio “francescano” di Buona Pasqua. 

Don Marco Renda
Arciprete Chiesa Madre Marsala