Diga Rubino: FederAgri chiede di alzare il livello delle acque per evitare sprechi e danni di siccità

Diga Rubino: FederAgri chiede di alzare il livello delle acque per evitare sprechi e danni di siccità

Cipriano Sciacca: “Portare l’innalzamento della quota d’invaso a 180,4 metri (altri 2 milioni di ettolitri di acqua raccolta)”

di Alberto Di Paola

Basta con gli sprechi d’acqua i cui danni si ripercuotono negativamente sui cicli produttivi del cibo. La segreteria regionale di FederAgri Sicilia il 4 febbraio scorso ha rotto gli indugi presentando un’istanza formale all’Assessorato regionale dell’Energia e al Dipartimento Acqua per sbloccare la capacità della Diga Domenico Rubino. Il Segretario Regionale Cipriano Sciacca denuncia una situazione paradossale nel trapanese dove ingenti volumi di risorsa idrica vengono scaricati in mare a causa del superamento dei limiti autorizzati degli invasi. In particolare l’organizzazione sindacale chiede formalmente l’autorizzazione all’innalzamento della quota d’invaso fino a m s.l.m. 180,40, così come già disposto dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti con nota prot. n. 6281 del 25/03/2025, misura che permetterebbe di aumentare il volume invasabile fino a poco più di 7 milioni di metri cubi, con un incremento stimato di oltre 2 milioni di metri cubi. Si tratta di un’azione necessaria per rispondere a una programmazione che deve farsi pluriennale a fronte di cicli siccitosi sempre più aggressivi. La missiva è stata inviata per conoscenza anche al Presidente della Regione Renato Schifani, all’Assessore all’Agricoltura Luca Sammartino e al Prefetto di Trapani, evidenziando come l’attuale gestione della diga Rubino rischi di vanificare la stagione piovosa.

L’infrastruttura in questione fu progettata e realizzata nel 1958 per contenere volumi ben più imponenti di quelli attuali, resta oggi prigioniera di un limite massimo al di sotto dei 180,40 metri s.l.m. Lo sbarramento preventivo, rappresenta la sintesi di un paradosso burocratico che affligge gran parte degli invasi siciliani ancora in attesa di un collaudo definitivo dopo decenni di attività. Mentre le dighe restano strozzate da limiti di sicurezza cautelativi la pioggia attraversa gli invasi e defluisce liberamente verso il mare. FederAgri Sicilia esige chiarimenti immediati sul cronoprogramma per il ripristino del normale esercizio della struttura poiché la sopravvivenza economica del comprensorio irriguo locale dipende esclusivamente da questo asset strategico.

La beffa istituzionale si manifesta ogni estate quando la carenza d’acqua costringe agricoltori e allevatori a esborsi pesanti per rifornirsi tramite autobotti private. Il mercato del bisogno gonfia i costi di produzione e mette in ginocchio le aziende costringendo poi la Regione a intervenire con risarcimenti per i danni da siccità. Si tratta di denaro pubblico utilizzato per tamponare emergenze che non dovrebbero esistere se le dighe assolvessero al proprio compito originale.

Lo spreco di denaro pubblico si somma a quello privato in un circolo vizioso che non risparmia nessuno.

Le conseguenze sono già sulla tavola dei cittadini. Il calo verticale della produzione porta a un innalzamento vertiginoso dei prezzi di vendita. Ortaggi, frutta, latte e prodotti caseari diventano beni di lusso. Se non si interviene con il collaudo degli invasi e con una gestione strutturale delle risorse idriche, il deserto non sarà solo climatico, ma economico. La Sicilia rischia il collasso produttivo sotto il peso di un’inefficienza politico-amministrativa che trasforma la pioggia, da benedizione, in un amaro e inutile ricordo che scorre via verso il mare. Senza una gestione strutturale delle risorse idriche e il completamento dei collaudi il rischio di un collasso produttivo in Sicilia diventa una realtà imminente e brutale.