Rieccoci. C’è un patrimonio inestimabile che giace nell’oscurità a Marsala, imprigionato in casse che avrebbero dovuto essere solo una dimora temporanea. Gli arazzi fiamminghi, simboli d’eccellenza dell’arte tessile del XVI secolo, restano oggi un “tesoro invisibile”. Nonostante il restauro sia stato ultimato ormai da cinque anni, il sipario su questi capolavori non sembra intenzionato ad aprirsi, trasformando un trionfo dell’arte in un paradosso istituzionale.
Un restauro senza pubblico: il rischio del deterioramento
Nel 2021, l’Assessorato regionale ai Beni culturali ha restituito gli arazzi al loro antico splendore dopo un meticoloso intervento conservativo. Tuttavia, da quel momento, i tessuti non hanno più visto la luce. Il rischio non è solo d’immagine, ma strutturale: restare avvolti e sigillati per troppo tempo espone le fibre a pericoli di deterioramento, vanificando gli sforzi economici e tecnici impiegati per il loro recupero. Un’opera d’arte tessile ha bisogno di condizioni ambientali controllate e, paradossalmente, della “vita” che solo l’esposizione corretta può garantire.
La battaglia de “Il Vomere” e l’incognita dei tempi
A farsi portavoce dell’indignazione cittadina è il nostro giornale. Abbiamo sollevato il caso incalzando le istituzioni con un quesito urgente: perché questi gioielli restano chiusi nelle casse? Nonostante il coinvolgimento dell’Arciprete di Marsala, la data della pubblica fruizione presso la sede designata dell’ex Chiesa del Collegio resta un’incognita, sommersa tra lungaggini logistiche e incertezze burocratiche. Le istituzioni devono intervenire tempestivamente, diversamente si assumerebbero le responsabilità per il danneggiamento di questi tesori. Non si tratta solo di una questione estetica, ma di un atto di tutela dovuto: un arazzo restaurato ma nascosto è un’opportunità persa per la memoria collettiva e per l’economia del territorio.
Il Ciclo della Guerra Giudaica: un’opera unica al mondo
Per capire l’entità della perdita, occorre ricordare cosa contengono quelle casse. Gli otto arazzi non sono semplici decorazioni, ma una “cronaca di guerra” tessuta in lana e seta con una precisione quasi cinematografica.
Le dimensioni degli arazzi variano da 350 cm di larghezza e arrivano fino 500 cm di altezza.
Le scene riportate riguardano la conquista di Gerusalemme da parte dei romani e rappresentano uno dei temi più sfruttati nell’iconografia del quattrocento.
L’Origine e il Dono
Realizzati a Bruxelles nella seconda metà del ‘500 (probabilmente nell’officina del maestro Cornelius Mattens), giunsero a Marsala nel 1589. Furono donati alla Chiesa Madre da Monsignor Antonio Lombardo, messinese e già Vescovo di Mazara, per onorare la propria terra.
Il tema: Roma contro Gerusalemme. Il ciclo narra gli eventi della guerra combattuta tra il 66 e il 73 d.C., basandosi sugli scritti di Giuseppe Flavio.
Scene cruciali: la conquista di Iotapata, la cattura di Giuseppe Flavio da parte di Vespasiano e il trionfo finale di Tito.
Dettagli artistici: ogni pannello è incorniciato da bordure ricchissime di fiori, frutti e figure mitologiche, tipiche dello stile fiammingo.
Valore tecnico e unicità
L’uso di fibre pregiate e coloranti naturali permette una profondità espressiva raramente eguagliata. Esistono pochissimi cicli completi su questo tema nel mondo; quello di Marsala è considerato tra i più integri, paragonabile solo alle serie esposte nei grandi musei nazionali europei.
Appello alla responsabilità
Il tempo dell’attesa è scaduto. Questi “arazzi” non sono solo manufatti; sono narrazioni storiche di una potenza visiva straordinaria che meriterebbero di essere il fulcro dell’offerta turistica di Marsala. Lasciarli nelle casse significa condannarli all’oblio e, potenzialmente, alla rovina.
La città attende risposte. La cultura non può aspettare i tempi della burocrazia.
Rosa Rubino
