di Adelaide Distefano
Il mese di marzo vede ogni anno a Salemi lo straordinario ritorno di una tradizione di rara suggestione, quella delle “Cene” di San Giuseppe. E’ una tradizione che perdura nel tempo, continuando a coniugare mirabilmente i miti antichi, pagani, con il forte apporto della tradizione cristiana, più recente e più vicina alla nostra sensibilità.
Così i pani, e il grano, ci riconducono a Demetra.
Demetra – Cerere, la dea madre dei Greci – era la dea della fertilità del suolo, dell’agricoltura, del grano. Artefice del ciclo delle stagioni, della vita e della morte, Cerere veniva rappresentata con una corona di spighe sul capo, una fiaccola in mano e un canestro colmo di grano e di frutta nell’altra.
I canestrini di fiori, di frutta, i “cuddureddi” tutti, si collocano sui rami degli “altari”, sui quali sono intrecciati rami di alloro e di mirto, unitamente alle arance e ai limoni che la terra offre in abbondanza. E qui ricordiamo un altro mito, quello di Dafne, ninfa dei boschi e delle selve, che, fuggendo dall’abbraccio amoroso del dio Apollo, vede le sue membra trasformarsi in rami di alloro. Ovidio nelle Metamorfosi aggiunge che a Delfi la Pizia mastica le foglie dell’alloro, che le facilitano la trance e la conseguente profezia. Benché l’apporto mitologico alle Cene sia negato da alcuni studiosi, tuttavia si può ritenere che qui affiori l’antico substrato della cultura greca, su cui si innesta mirabilmente l’elemento religioso, che diventa prevalente.
Nate come ex- voto, le Cene esplicitano già nel nome il riferimento cristiano all’Ultima Cena e all’istituzione dell’Eucaristia. Sono allestite in onore di San Giuseppe, benché manchino riferimenti storici precisi ad una venerazione antica dei Salemitani nei confronti di questo Santo. Documentato è invece il culto nei riguardi di San Nicola di Mira, che nel 1341 diviene patrono della città. E risale al 1542 il culto verso San Biagio, in onore del quale è costruita una chiesa nel quartiere “Rabato”, e del quale si ricorda il miracolo di aver salvato Salemi da una invasione di cavallette. Difatti, ogni anno, nel giorno in cui la Chiesa celebra San Biagio, vengono preparati “i cuddureddi”, minuscole forme di pane, grandi quanto un’unghia, circolari, che ricordano proprio le cavallette.
Ritornando a San Giuseppe, si può dire che il culto del Santo si identifica con il culto stesso della Sacra Famiglia: difatti tutti gli altari espongono sulla sommità non l’effigie singola del Santo, ma piuttosto un quadro che rappresenta Giuseppe, Maria e Gesù Bambino.
Intorno al quadro e all’altare si costruisce una impalcatura lignea ricoperta di foglie di alloro, di mirto, di agrumi, arricchita da una esplosione di pani votivi, frutto del lavoro certosino delle donne salemitane, che tramandano l’arte di lavorare il pane da generazioni.
Ci si addentra in tale maniera nella sacralità della Cena, di cui ogni elemento corrisponde ad una precisa simbologia. Al centro dell’altare si colloca “u cucciddatu”, che ha la forma del Sole e simboleggia Gesù Bambino. E’ decorato con la camicina della nascita, i fiori di gelsomino, i segni della passione. A destra si poggia la “parma”, alla cui ombra si riposò Maria durante la fuga in Egitto. Si aggiunge una grande “M”, abbellita da rose, da cuoricini e dal fiocco della sua maternità. Non meno importante è “u vastuni”, il bastone del Patriarca, segno della sua autorità paterna, ornato da fiori di giglio e da baccelli di fave, segno di generosità e abbondanza. Ed ancora, in una fantasmagoria di colori e di profumi, si dispongono pani dalla forma di calice, istoriato con spighe ed uva e circondato da angeli inginocchiati e da ampolline di acqua e vino Ai lati, su un tappeto, si collocano un vaso di pesci rossi, dei fiori freschi, un agnello di pane o di gesso, un bacile d’acqua e un asciugamano bianco. Alle pareti dell’impalcatura vengono appesi gli oggetti della Passione: chiodi, scale, funi, tenaglie. Tra il fogliame pendono canestrini, grappoli di uva, uccelli e pesci. Singolari sono i fraticelli di pane, segno della presenza francescana a Salemi sin dal 1533.Alla fine, viene collocato un pavone, simbolo della Resurrezione.
Un discorso a parte andrebbe fatto per la declamazione delle lunghe “parti”, recitate a memoria dagli uomini, sulla falsariga delle antiche laudi popolari, di cui però si è offuscata la tradizione, a causa anche della perdita dell’uso del dialetto siciliano: “……….ora gridiamo cu pompa e alligria: Viva Gesù, Giuseppi e Maria”.
La “lettura” delle Cene è pertanto complessa, ma pur tuttavia semplice nella immediatezza e nell’impatto con cui si presenta allo sguardo del visitatore, a cui è dovere dei Salemitani offrire i pani votivi come gesto di accoglienza e di benvenuto.
A tanta celebrazione del pane si unisce il tripudio delle centouno pietanze, da offrire in un pranzo rituale a tre “picciriddi” poveri da sfamare.
Sono pietanze da cui è bandita la carne. Si cucinano pertanto frittate di broccoli, di patate, di finocchietto; polpette di verdure varie; cannoli, sfinci e pasta di San Giuseppe; fave, piselli, sarde….
Anche qui, è possibile assistere ad uno spettacolo straordinario, che vede la realizzazione del gusto, della fantasia, della creatività, della maestria e della laboriosità delle donne e degli uomini di Salemi, una città che non ha mai rinunciato alla sua identità, fatta di cultura, di arte e di tradizioni che perdurano nel tempo e che ogni anno viene mostrata al visitatore con lo spirito di sempre, che è quello di una ospitalità sincera, di accoglienza, di orgoglio per tanta bellezza.
