Scopri come l’Associazione Finestre sul Mondo ha ridato vita al Teatro dei Pupi a Marsala: il sogno di Salvatore Inguì e un gruppo di amici, tra educazione, valorizzazione del patrimonio UNESCO e una rivisitazione moderna degli eroi per parlare ai giovani di giustizia e impegno civile
di Alberto Di Paola
L’Opera dei Pupi, dopo una lunga assenza, è ritornata a Marsala per continuare una tra le più rinomate tradizioni popolari siciliane. Una forma teatrale che risale all’inizio dell’800, basata sulle gesta dei paladini di Francia derivate dai poemi cavallereschi, si era radicata tra le classi lavoratrici come vera “telenovela” ante litteram, con cicli narrativi di centinaia di puntate. Da tre anni, in via Sibilla 36, l’Associazione Finestre sul mondo, grazie a Salvatore Inguì e a un piccolo gruppo di suoi amici – Francesco Cautero, Piero La Rosa, Valeria Lupo, Marco Saladino, Giusy Caradonna e Aurora Giacalone – ha riaperto al pubblico un Teatrino per l’Opera dei Pupi, assente in città da quasi 60 anni.

Ma la storia di questo ritorno affonda le radici in un sogno pedagogico più che trentennale. Negli anni ’90, Salvatore Inguì, lavorando al carcere minorile di Caltanissetta, fantasticava di utilizzare i pupi come strumento aggregativo ed educativo. Un’idea sopita, ma mai spenta, che si è riaccesa con forza quando, da Direttore dell’Ufficio di Servizio Sociale per i Minori di Palermo, ha contattato il puparo Angelo Sicilia, noto per i suoi spettacoli antimafia. Nacque così, all’interno dell’Istituto penale, la compagnia “Bulli e Pupi”: i giovani detenuti diventavano manovranti e attori, dando voce e movimento ai cavalieri d’acciaio. «Realizzai quel sogno dopo oltre 30 anni», racconta Inguì, che faceva da apprendista a Sicilia. «Vedere quei ragazzi impegnarsi, tifare per i paladini, immedesimarsi in valori positivi, fu la conferma del potere di quest’arte».
Tornato a Marsala, il passo successivo era logico e ambizioso: ridare una casa stabile a questa tradizione nella sua città. Con gli amici, ha fondato l’associazione Finestre sul Mondo, un nome che parla di aperture culturali e che accoglie, oltre ai pupi, burattini e maschere rituali da tutto il mondo. «Siamo partiti un po’ per gioco, consapevoli di non poter diventare pupari con la P maiuscola a un’età avanzata», spiega Inguì. «Ma lo scopo non è sostituirci alle storiche famiglie di pupari. È risvegliare la curiosità, riportare alla conoscenza un’arte che rischia l’oblio».
Il loro approccio è meticoloso e rispettoso. I pupi, scintillanti nei loro colori siciliani – rosso, giallo, azzurro – sono costruiti su ordinazione da artigiani palermitani. Non esistono copioni scritti: l’apprendimento è orale, studiando gli spettacoli delle grandi famiglie come Argento, Cuticchio o Mancuso. La programmazione è pensata per crescere con il pubblico: le farse comiche di Nofrio e Virticchio per i più piccoli, le epiche gesta dei Paladini di Francia per le medie, e per le superiori, il salto concettuale più significativo: i “Paladini della Pace” o i “Paladini dell’Antimafia”. Qui la trasfigurazione dell’eroe diventa strumento pedagogico potentissimo: i valori di lealtà, coraggio e giustizia incarnati da Orlando o dalla guerriera Bradamante, si proiettano su figure moderne che hanno combattuto le ingiustizie, da Gandhi a Falcone. L’eroe non è un invito alla retorica, ma un modello di cittadinanza: ognuno è chiamato a recitare il proprio ruolo nella società, ad essere persona degna del proprio tempo.
Il successo è nella reazione del pubblico. I bambini più piccoli esplodono in grida di gioia correggendo il siciliano stentato di Nofrio, interagendo con i pupi in dialoghi spontanei. Per i ragazzi più grandi, la scoperta è che l’epica non è polverosa, ma viva, e che concetti come il tradimento di Gano di Maganza – figura odiatissima che semina discordia con menzogne e inganni – parlano ancora, con linguaggio universale, delle insidie che minano la comunità. La magia arriva anche fuori dal teatrino fisico: con teatrini mobili, la compagnia raggiunge scuole periferiche, case di riposo, strutture per disabili, portando ovunque «la gioia e la magia dell’Opera».
Alla fine di ogni spettacolo, il gruppo si ferma a dialogare, svelando retroscena e invitando il pubblico ad approfondire assistendo agli spettacoli delle grandi scuole pupare. «La nostra funzione forse è proprio questa: fare da ponte», riflette Inguì. «Sollecitare i cittadini, i marsalesi in particolare, a riappropriarsi di un pezzo importante del proprio passato. Riflettere sul paradosso: quest’arte è Patrimonio Immateriale dell’Umanità UNESCO, eppure molti non la conoscono. Dobbiamo esserne custodi, cultori, promotori».

In via Sibilla, tra i colori naif delle scenografie e lo scintillio dell’acciaio, Francesco, Salvatore, Piero, Valeria, Marco, Giusy e Aurora non recitano solo le storie di Orlando e Rinaldo. Recitano, con passione civile e tenace ottimismo, una storia di resilienza culturale. Dimostrano che la tradizione non è un museo, ma un linguaggio vivo, che può parlare ai “figli della telematica” di eroismo quotidiano, di comunità e di giustizia. Hanno riportato i pupi a Marsala non come reliquia, ma come uno specchio scintillante in cui riconoscere, ieri come oggi, la lotta eterna tra luce e ombra, e la possibilità, sempre aperta, che a vincere siano i buoni.
