‘ A Pirrera

‘ A Pirrera

A Marsala con il termine ” Pirrera” si definiscono le cave
di tufo dalle quali si estraeva la nostra pietra arenaria.
Oggi sono quasi tutte abbandonate , nessuno più esercita il
pesante mestiere del ” cantunaru” ! Eppure potrebbe essere
una florida risorsa economica quella di utilizzare le cave
dismesse per impiantarvi aranceti e limoneti , infatti la
“legatura” dei frutti sarebbe favorita dalla assenza del
vento che causa la caduta dei fiori di zagara molto delicati.


Le cave dismesse potrebbero essere utilizzate per
spettacoli vari ed anche come luoghi di ritrovo estivi ed
autunnali e in tempo di Covid potrebbero essere utili per
far lavorare gli artisti, ma anche per non far vivere chiusa
in casa moltissima gente ; sono talmente vaste che
consentirebbero di rispettare la distanza di sicurezza . Con
il materiale tufaceo , “denominato oro rosso di Marsala”
estratto da quelle “ pirrere” in passato ,si costruirono, nella
nostra Città, molti edifici sia pubblici sia privati e
moltissime chiese. Questi edifici, che sono una grande
testimonianza storica, vennero abbelliti anche con il
marmo , ma il materiale primario è stato la calcarenite.
Possiamo ancora oggi ammirare opere in calcarenite come
la Chiesa Madre, il Santuario dell’Addolorata, la Chiesa
del Purgatorio,Il Convento del Carmine, Palazzo Fici,
Palazzo Genna, alcune parti di Palazzo VII Aprile 1860, il
Baluardo Velasco, i Bastioni di San Francesco e di San
Giacomo, Porta Garibaldi, Porta Nuova, Palazzo Sarzana,
e quelle meraviglie del Campanile della Chiesa del
Carmine e il Collegio Gesuitico. Tagliare le pareti delle
cave per ricavarne tufi era un’arte, i giovani sceglievano e
praticavano il mestiere di “cantunaru” fin da piccoli e in
quelle perriere diventavano adulti e vecchi, stremati dalla
vita di stenti che là sotto trascorrevano. Le cave marsalesi
nacquero dall’esigenza di utilizzare materiare di facile
lavorazione per costruire templi, monumenti e abitazioni,
dal momento che si trattava di materiale duttile, atto
anche ad essere scolpito. L’estrazione della calcarenite
arenaria veniva praticata già dal sec. VII a.C. e blocchi di
tufo vennero cavati per costruire prima Mozia e poi
l’antica Lilibeo. Le cave sono disseminate nel territorio

marsalese in quella plaga chiamata “sciara”, parola di
origine araba per indicare un zona arida , desolata ,non
adatta alla coltivazione, dove crescono solo e
spontaneamente palme nane, ferula, finocchietto
selvatico, capperi .


L’estrazione della calcarenite nel corso degli anni ha
rappresentato per Marsala una delle fonti economiche più
importanti , insieme con l’ industria vinicola ( i Bagli
marsalesi sono stati tutti costruiti con la nostra pietra
arenaria) , l’agricoltura e la pesca . Anticamente
l’estrazione avveniva manualmente con attrezzi
rudimentali come la mannaia e ogni tufo ,una vota
tagliato, veniva portato fuori dalla “perriera o sulle spalle
o , ma questo solo più tardi, grazie ad un mezzo di
sollevamento che era costituito da una carrucola e da una
fune. Spesso, però, accadeva che qualche operaio moriva
schiacciato dai tufi che, se non legati bene, cadevano sulle
persone sottostanti che venivano schiacciate dal peso che
diventava enorme perché caduto dall’alto. L’accesso in
galleria avveniva attraverso degli ingressi denominati
pozzi e i cavatori, scavando cunicoli e gallerie
orizzontali, lasciavano ogni tanto dei grandi pilastri
denominati “pileri” dallo spessore variabile dai due ai
quattordici metri, a seconda della lunghezza della galleria,
erano dei veri e propri pilastri che potevano evitare i
crolli in galleria , molto pericolosi per la vita e
l’incolumità di chi stava lì lavorando .

In seguito, dal
taglio a mano si passò al taglio con le macchine taglia
tufi e si cominciò a lavorare “ a cielo aperto”, partendo
dall’alto e procedendo verso il basso. Questa tecnica
migliorò le condizioni di sicurezza di quanti lavoravano
nelle perriere perché diminuì le probabilità di crolli
improvvisi di pareti e gallerie .Oggi le perriere dismesse
e chiuse andrebbero salvate. Salvare quelle “pirrere”
significherebbe salvare anche una pagina di storia locale,
infatti in quelle cave e nelle loro grotte, scavate nel tufo,
trovarono rifugio gli “sfollati” nel periodo della seconda
guerra mondiale e molti marsalesi si salvarono grazie al
“ricovero” che esse offrivano. Le nostre “sciare” e le
nostre ” pirrere” sono un patrimonio da salvare : fanno
parte della nostra identità, della nostra storia, del nostro
passato più o meno lontano ! Le grotte inoltre sono calde
d’Inverno e fresche d’Estate , altro che “stanze dello
scirocco ” !!!

Sto regalando qualche idea a imprenditori coraggiosi ed
intraprendenti,- caso mai leggessero questo scritto – ma
credetemi, non è una cattiva idea, e neanche da scartare ,
sarebbe una buona occasione di investimento e chi
investisse in questo campo, salverebbe un patrimonio che
non può essere lasciato in stato di abbandono. La storia
plurimillenaria della nostra Città,fatta anche di questa
realtà, lo meriterebbe.
Francesca La Grutta