C’era una volta…”U carritteri”

C’era una volta…”U carritteri”

‘U Carritteri era colui chi guidava il carrettu (carro) ed era un trasportatore di merci varie, che andavano dai prodotti stagionali della campagna ( mosto, vino, grano , paglia, fieno, olio), ai materiali da costruzione ( tufi, sabbia, calce , pietrisco) , al carbone, al concime ( fumeri ) ed anche
ai mobili, alle suppellettili e ai manufatti dell’artigianato (vutti, tini , trispa, tavuli, vitrini, vardarrobba , seggi), in genere però quest’ultimo tipo di trasporto lo effettuava ‘u facchinu.
Generalmente il carrettiere “facia viaggi” e lavorava per conto terzi: proprietari terrieri, commercianti e costruttori, raramente lavorava in proprio e cioè comprando e rivendendo egli stesso la merce. I rapporti tra produttori, acquirenti e carrettieri erano spesso curati da un sensale. I carrettieri, in linea di massima, erano proprietari del carretto e del cavallo o del mulo. C’era anche
chi aveva più carretti e più cavalli e non tutti i carrettieri lavoravano in proprio. Molti carrettieri erano alle dipendenze di un altro carrettiere, proprietario di più carretti, secondo diverse forme di retribuzione che andavano dal pagamento della giornata lavorativa ( jurnateri ) al pagamento basato sulle distanze percorse o sulla pericolosità del percorso o ancora sul tipo di trasporto da
effettuare. La forma di pagamento era spesso quella a “viaggiu” (la retribuzione era proporzionata al viaggio da compiere, più o meno lungo e accidentato, e al tipo di carico) Un carrettiere che lavorava per altri poteva essere retribuito anche a “terzu”, cioè poteva percepire, in questo caso, un terzo del
guadagno derivante dal servizio di trasporto; gli altri due terzi andavano al datore di lavoro (il proprietario del carretto), che però si faceva carico delle spese di manutenzione e foraggiamento (per questo i carrettieri dicono “un terzo al carrettiere, un terzo al proprietario e un terzo al carretto”). Il pagamento a “ghiurnata”, che era il più vantaggioso per i carrettieri, era anche
scarsamente in uso. Lungo le vie del lavoro i carrettieri avevano la possibilità di conoscere paesi diversi dal loro, avevano l’opportunità incontrare gente che parlava un dialetto diverso dal loro, e allora si informavano e informavano, ascoltavano, raccontavano, insomma facevano quella
particolare esperienza che, in quanto soggetti caminanti, li rendeva perfettamente consapevoli di ciò che accadeva intorno a loro e immediatamente capaci di adattarsi a situazioni sempre nuove.
Non vivevano, in ogni caso, lo stato di indigenza che spesso caratterizzava la vita di quanti lavoravano nelle campagne, nelle saline o nelle miniere. Non di rado i carrettieri trasportavano gruppi di lavoratori da un paese all’altro, accordandosi variamente per il pagamento e quando trasportavano prodotti della campagna e alimentari venivano ricompensati spesso in natura .
Le distanze percorse andavano pertanto dal breve tragitto dalla campagna al centro abitato ai veri e propri viaggi compiuti all’interno della Sicilia su strade spesso pericolose, sia per le condizioni
stesse del fondo stradale (buche, fango), sia per gli spiacevoli incontri che si potevano fare. Infatti
alcune volte il carrettiere era aspettato dai ladri in un posto isolato ( “i latri si mittianu o passu”,
famoso a Marsala “ u passu da Favara” ) e veniva derubato del suo carico. Erano vittime di furti
prevalentemente i carrettieri che trasportavano beni alimentari quali olio, farina e formaggio. Nel
loro peregrinare spesso i carrettieri si incontravano e, dopo essersi salutati cantando, si scambiavano
le informazioni più varie riguardanti il loro lavoro: prezzi delle merci, condizioni atmosferiche ecc.
Questo era anche un momento in cui il carrettiere ostentava la narcisistica voglia di primeggiare per
la bellezza del proprio carretto, su cui, oltre alle pitture, i costruttori più abili eseguivano piccole
sculture ad altorilievo o per la musicalità del carretto. Ogni carrettiere sapeva, infatti, che se il
carretto non suonava, non era un buon carretto. Il suono del carretto veniva prodotto da dispositivi
sonori in rame, denominati vusciuli che venivano posti all’interno dei mozzi delle ruote e
risuonavano mentre il carretto era in movimento producendo un rumore ritmato . Una forte
competitività c’era anche per la bellezza e la forza del proprio cavallo, sottoposto talvolta a sforzi
notevoli . Al cavallo , nei tratti di percorso difficile, il carrettiere si rivolgeva con questo antico
canto, ma non poteva fare a meno di rivolgere un pensiero anche alla sua amata :
Tira mureddru miu , tira e camina

Tira mureddru miu, tira e camina,
cu staria frisca e duci di la chiana, u scrusciu di la rota e la catina, ti cantu sta canzuna paisana. Amuri, amuri miu, pi tia cantu, lu cori miu nun mi duna abbentu. Acchiana, cavaddruzzu miu, cavemu tanta strata di fari ancora.
Cavaddru curaggiusu e vulinteri,
puru supra a luna pozzu acchianari.
acchiana ca ddra ccè la me beddra affacciata.
Chistu è lu cantu di lu carritteri,
ca nuddu, nuddru si lu poscurdari. Cantu canzuni di milli maneri, canzuni ca vi fannunnammurari.
Acchiana, cavaddruzzu miu, ca semu arrivati.
La competitività maggiore però era quella riguardante la capacità di schioccare la frusta
( a zzotta) e l’abilità nel canto . Questi confronti non si esaurivano solo nella casualità, i carrettieri
infatti si ritrovavano assieme durante le fiere di bestiame, nel corso di celebrazioni religiose e infine
si ritrovavano nei fondaci, siti nelle campagne immediatamente vicine ai centri abitati. In questi
luoghi, attrezzati per soste lunghe , i carrettieri avevano modo di riposarsi, rifocillarsi e di divertirsi
alla loro maniera: sfidandosi nel canto. Il carrettiere caminava stratuna stratuna, cioè era sempre in
cammino per le strade; lungo i percorsi, si fermava ‘nto fùnnacu, (fondaco, luogo di sosta) dove
mangiava “un piattu ri pasta cu l’agghiu e l’ogghiu”,( pasta con aglio ed olio, chiamata a tutt’oggi
alla carrettiera), o “all’asciuttu, pani cù cumpanaggiu” (pane con formaggio e olive) e dove
dormiva, sdraiandosi supra u pagghiarìzzu, (sacco pieno di paglia). Nei fondaci i carrettieri si
scambiavano le loro esperienze di vita, si informavano sui prezzi correnti nei vari paesi, ma
soprattutto cantavano, sfidandosi a gara a chi sapeva il canto più bello. Ragione di incontro erano
poi le fiere di bestiame e le feste religiose dove essi convenivano insieme alle famiglie con cavallo e
carretto riccamente bardati. “Cacciari a misteri”, (guidare il cavallo a regola d’arte), era ciò che
distingueva un carrettiere vero da chi “cacciava a fumiraru”, (come un portatore di letame).
L’appartenenza alla categoria era avvertita con orgoglio; i carrettieri per il fatto che andavano in
giro per la Sicilia, conoscevano molte persone, storie, fatti, notizie, usanze tradizioni, che
diffondevano, per cui si consideravano profondi conoscitori della vita. Si sa che il mestiere era
classificato tra i “lavori pesanti” e si capisce perché,durante la guerra, ai carrettieri era concesso di
avere un supplemento di alimenti rispetto a quello previsto dalla tessera annonaria. Per capire
quanto fosse pesante il lavoro basta un solo esempio: lo scarico delle botti. Una botte piena pesava
dai seicento agli ottocento chili, era disposta sul carro in posizione orizzontale e veniva scaricata
facendola scendere lungo due stangoni, veniva trattenuta da un cavo che il carrettiere teneva con le
mani e via via seguiva e frenava la discesa. Lavoro pesante quindi, duro, se si considera che ‘u
carritteri partiva di notte, lasciava la famiglia che dormiva , prendeva la sua roba , ‘mpaiava u
cavaddru e partiva per andare a fare ‘u primu viaggiu , nel corso del quale, per tenersi sveglio, si
accompagnava con una bottiglia di buon vino e con i suoi canti. E uno dei canti di commiato dalla
sua amata era questo :
AHI PARTU E SU CUSTRITTU DI PARTIRI
Ahi! partu e su custrittu di partiri,
ciatu ti lassu stu cori custanti.

Ahi! ti lu lassu e nun mi l’ha tradiri,
un fari c’hai lu figghiu e n’autru amanti.
Di nottetempu ti vegnu a vidiri
ti staiu comu n’ummira davanti
Si senti ventu su li mé suspiri
L’acqua ca vivirai su li mé chianti
Il canto alleviava la fatica, distoglieva dal sonno nei percorsi lunghi che vedevano i carrettieri
impegnati anche di notte e frenava il senso della solitudine. I canti dei carrettieri sono ancora oggi
conosciuti anche se questo mestiere è venuto meno. La competenza musicale di un carrettiere era
rilevabile anche al livello dell’ascolto di una canzuna a carrittera che generalmente era composta
da ottave di endecasillabi a rima alternata e presentava una melodia che richiamava il rumore
prodotto dalle ruote e dai sonagli. Quando aveva consegnato il suo carico, il carrettiere tornava a
casa, però passava prima dalla carrittaria, spaiava a vestia, a cuvirnava, cioè la strigliava e la
rigovernava con l’avena, il fieno, la crusca , qualche volta la paglia e poi andava a letto, non prima
però di aver mangiato un cunigghiu lardiatu, oppure cosi di rintra a spezzatinu, o un bellu piattu
di gnocculi cu sucu du runcu e agghia e mmuddrica e di essersi scolato un paio di bicchieri
dell’ottimo vino vecchio che teneva nella botte piccola del suo malaseno . Il mio nonno paterno
faceva il carrettiere , svolse questo lavoro fino agli anni sessanta del secolo scorso , e mi diceva
sempre che il suo era un lavoro duro, pesante, perché bisognava mettere sul carro la tini se si
doveva trasportare uva, la vutti se si doveva trasportare vino o mosto, quindi bisognava mangiare
bene la sera, per mettersi in forma per l’indomani , altra giornata di pesante lavoro . Amava ripetere
che, dopo aver finito di pranzare la sera, nel suo stomaco c’era ancora posto per un capretto al
forno. E lì le liti con la nonna che mal sopportava il suo pesante russare durante la notte. Egli però
non rispondeva alle provocazioni e cominciava a suonare il friscaletto di canna che si era costruito
( ne costruì anche uno a me ed ancora lo conservo gelosamente , anche se non so suonarlo ) oppure
le cantava questo canto di carrettiere, una vera serenata, e la pace era fatta:
QUANTU NNI PATU
Oh! quantu longa mi pari ‘sta strata,
Quantu nni patu p’attruvari a tia!
E lu cavaddu si ferma a l’ acchianata,
La rota pigghia scaffi e nun furria.
Partu cu lu bon tempu a’ matinata;
Lu suli mi faciva cumpagnia…
Poi vinni la timpesta,
Timpesta all’impinsata
E lu cavaddru persi la valìa.
Ma si t’affacci di la barcunata,
Quannu la vuci di l’Amuri senti,
Torna lu suli ‘nta la me jurnata
E scordu tutti li patimenti.
Rosa di maju frisca spampinata,
Sbucciata sula a lu me’ cori ardenti…
Pri mia lu ventu e l’acqua,
L’acqua e la jlata,
Quannu arrivu cca, nun su’ chiù nenti.

(I Canti provengono dalla raccolta del maestro Francesco Paolo Frontini)
Francesca La Grutta