GIOCHI FANCIULLESCHI SICILIANI. Quando ci divertivamo con poco, spendevamo nulla e mettevamo in moto tutta la nostra fantasia e la nostra manualità

GIOCHI FANCIULLESCHI SICILIANI. Quando ci divertivamo con poco, spendevamo nulla e mettevamo in moto tutta la nostra fantasia e la nostra manualità

Seconda Parte

I Tappi e i Bottoni erano altri strumenti con cui giocavano i ragazzi.
Il gioco dei tappi e dei bottoni consisteva nel tracciare una pista per
terra con curve e rettilinei posizionando all’inizio della pista dei tappi
o dei bottoni .Ogni fanciullo che possedeva un tappo o un bottone
aveva diritto ad un tiro ad ogni turno. Lo scopo era quello di arrivare
primi al traguardo. Il tiro si effettuava spingendo il tappo con uno
scatto dell’indice. Se il giocatore tirava il tappo al di fuori della pista
doveva tornare indietro rincominciando dall’ultimo tiro effettuato.
A fine gioco il fanciullo entrava in possesso di tutti i tappi e di tutti i
bottoni degli avversari ed era quello il momento in cui si
cominciavano ad effettuare degli scambi per rientrare in possesso
dello strumento del gioco. Si giovava anche con le Biglie di vetro , i
Dadi e i “Ciappeddi”. Con le biglie si potevano fare tanti giochi. Il
più conosciuto è quello della “tana” (la buca). Il gioco consisteva nel
colpire le biglie degli avversari diventandone proprietario. Prima di
poterle colpire però bisognava far entrare la propria biglia in una buca
(la tana) precedentemente preparata (di solito si sceglieva uno spiazzo
di terra dove si scavava una buca). Alla partenza, a turno, si tirava la
propria biglia, colpendola con il pollice o l’indice e si cercava di
farla entrare in buca. Quando qualcuno riusciva ad entrare in buca
poteva , con un tiro successivo, mirare alle altre biglie tirando la sua
dal bordo della tana. Se riusciva a colpirla guadagnava la biglia
avversaria e continuava il gioco, in caso contrario il gioco passava
agli altri giocatori. Ad ogni tiro era concesso spostare in avanti la
propria biglia. Il gioco poteva essere praticato con biglie di terracotta
come già avveniva presso antichi Romani. Ogni giocatore metteva in
campo quattro palline, costruendo un castello, con alla base tre palline
e al vertice una. Il campo di gioco era costituito da un cerchio e due
giocatori, a distanza di 3 o 4 metri, tirano una biglia a turno, cercando
di abbattere il castello avversario. Si trattava di un gioco di grande
abilità, perché bisognava possedere una buona mira e una mano
ferma e sicura. Prima delle palline di vetro si giocava con quelle di
terracotta, colorate con vivaci tinte.

biglie

Il gioco delle biglie si perde
nella notte dei tempi, era infatti già noto in Egitto e a Roma. I
maschietti, e talvolta anche le femminucce, giocavano alla
“Settimana”, meglio nota come ’A Campana . Il gioco della campana
è fra i più antichi e diffusi che si conoscano al mondo. Non sappiamo
dove sia nato questo gioco che è praticato, con leggere varianti, in
numerosi paesi: dall’Inghilterra alla Tunisia, dall’India alla Cina, dalla
Russia al Perù. Negli Stati Uniti il gioco viene chiamato “hopscotch”,
che è il nome inglese della campana. Uno dei disegni più antichi della
campana è tracciato sulla pavimentazione del Foro Romano a Roma.
Durante il periodo dell’Impero, le legioni romane costruirono grandi
strade selciate per collegare i paesi del Nord Europa con quelli
mediterranei e dell’Asia Minore. Le superfici lisce di queste grandi vie

rappresentarono il posto ideale per questo gioco. Si dice che furono i
soldati romani a far conoscere la Campana ai bambini dei paesi
conquistati. Per giocare a campana non serve solo tracciare a terra un
semplice disegno. Quando si gioca sulla strada , per disegnare la
campana si utilizza un gessetto. Sulla terra, invece, si possono
tracciare le linee con il piede oppure con la punta di un bastone. Per
giocare, oltre a disegnare la campana, ogni giocatore doveva
procurarsi una pietra, piatta, non troppo grande e neppure troppo
liscia, per evitare che scivolasse . Bisognava saltellare su una gamba
sola. Per decidere chi doveva iniziare il gioco, si faceva la conta. Il
giocatore entrava nella casella Terra e tirava la pietra nella casella
con il numero 1. Saltando su una gamba sola andava dalla Terra alla
casella 1, raccoglieva la pietra, girava su se stesso e tornava alla
Terra. Poi tirava la pietra nella casella 2, saltava nella casella 1 e poi
nella casella 2, raccoglieva la pietra e, sempre saltando, tornava
indietro fino alla Terra. Il giocatore continuava lanciando la pietra
nella casella 3 e andava avanti allo stesso modo, fino alla casella
Cielo. Poi doveva giocare in senso contrario, quindi dal Cielo
lanciare la pietra nella casella 8, poi nella casella 7 e così via fino a
tornare sulla Terra. Nelle caselle 4 – 5 e 7 – 8, si potevano appoggiare
entrambi i piedi. Ma attenzione, in nessun caso la pietra o il giocatore
potevano toccare le righe che delimitavano le caselle. Bisognava non
pestare mai le righe! Se la pietra cadeva in una casella sbagliata o
sopra una riga, il giocatore perdeva il turno e poteva ricominciare,
partendo dalla casella dove aveva commesso l’errore, ma soltanto
dopo che tutti gli altri avevano giocato.

tris o tic tac toc

Vinceva chi finiva per primo.
Altri giochi maschili richiedevano la ricerca e l’assemblaggio del
materiale prima di effettuare il gioco. Era il caso questo del gioco
della Fionda (Rametto di albero a forma di Y, pietruzze ed elastici
ricavati dalla camera d’aria delle biciclette). Altri oggetti che
richiedevano un lungo impegno per la costruzione , prima di poterci
giocare erano ‘U ruzzulu ( Legno, chiodi, ruote), e il ‘U carrarmatu o
‘U tratturi ( Ruzzulinu, oggetto in legno in cui era avvolto il filo che
serviva per cucire, una scheggia di sapone o un po’ di cera, due
legnetti di cui uno più lungo e l’altro più corto, un elastico).

carrarmato

Si tratta
di una macchina semovente a cui la fantasia del bambino attribuiva il
ruolo di trattore o di carro armato; il carrettino costruito con i “pali di
ficurinnia”. Il gioco più bello però era quello praticato con l’aquilone
la cui costruzione richiedeva giorni di ricerca del materiale e
assemblaggio dello stesso, compresa la preparazione della colla , con
farina, acqua e allume, sale inorganico (Alluminio Potassio Solfato)
solubile in acqua, utilizzato in piccole percentuali per solidificare la
colla di farina e farla resistere più a lungo, infatti l’allume di rocca ha
un ottimo potere addensante e plastificante. Per costruire l’aquilone
erano necessari due bastoncini di legno incrociati, che si potevano
ricavare dalla canna palustre (cannuccia di palude). Dopo averli fissati
solidamente al centro, si ricoprivano con un foglio di carta velina
leggerissima o una pagina di giornale. Il tutto veniva tenuto insieme
dalla colla . All’aquilone si appendevano delle lunghe code, fatte con
anelli di carta. La guida dell’aquilone avveniva mediante un lungo
filo, ricavato dai gomitoli di cotone che solitamente si trovavano in
casa. L’abilità del costruttore stava nel dare il giusto equilibrio all’aquilone, bilanciandolo tra la testa e la coda, in modo che potesse
prendere agilmente il volo e salire sempre più in alto. Nel periodo
estivo era un gran piacere per gli occhi veder volare nel cielo tanti
aquiloni , oggi non se ne vedono più , i fanciulli hanno smesso di
sognare guidati dal volo degli aquiloni nei prati . Le origini
dell’aquilone vanno ricercate in Cina dove veniva realizzato con
bambù e seta e, lasciato librare nel cielo, assumeva significati
religiosi, il suo volo rappresentava una sorta di collegamento tra gli
uomini e il cielo e quindi con le divinità. La gioia del fanciullo che
vede il suo aquilone salire in cielo l’ha ben descritta Giovanni Pascoli
nella sua poesia L’Aquilone :
“Or siamo fermi: abbiamo in faccia Urbino
ventoso: ognuno manda da una balza
la sua cometa per il ciel turchino.
Ed ecco ondeggia, pencola, urta, sbalza,
risale, prende il vento; ecco pian piano
tra un lungo dei fanciulli urlo s’inalza.
S’inalza; e ruba il filo dalla mano,
come un fiore che fugga su lo stelo
esile, e vada a rifiorir lontano.
S’inalza; e i piedi trepidi e l’anelo
petto del bimbo e l’avida pupilla
e il viso e il cuore, porta tutto in cielo.
Più su, più su: già come un punto brilla
lassù, lassù… Ma ecco una ventata
di sbieco, ecco uno strillo alto…”.
Con il filo dell’aquilone in mano e gli occhi rivolti al cielo per
vedere questo giocattolo divenire sempre più piccolo a mano a mano
che saliva, tutti i bambini erano felici ed erano liberi di correre per i
prati . Un altro strumento di gioco , che si costruiva con poche cose e
con le proprie mani era ‘U chiamazzapetri ( mezzo guscio di noce , il
legno di un fiammifero e una lunga gugliata di refe). Mi insegnò a
costruirlo mia madre . Quando ero piccola, subito dopo la guerra, io
come tanti altri bambini, giocavo con pochi oggetti che venivano
costruiti in casa con quel poco che c’era. All’inizio, quando eravamo
piccoli, erano i nostri genitori a costruire il “giocattolo” , poi,
cresciuti, eravamo noi stessi a costruirceli. Tra i tanti giocattoli, che
mi costruì a quel tempo mia madre, ne ricordo particolarmente uno :
‘u chiama Zzapetri. Era un giocattolo semplice con il quale si poteva
riprodurre il cinguettio degli uccelli ed in particolare quello del
pettirosso . Così appresi da mia madre, che il pettirosso, da noi a
Marsala, veniva chiamato “Zzapitruzzu” . Non mi ero mai chiesta
perché, ma da adulta mi frullava spesso per la testa la domanda :
“Cosa c’entra ‘U zza Petruzzu con il pettirosso?” . La risposta l’ho
trovata e “ u zza Petruzzu” non c’entra per niente . Dopo vari
tentativi di spiegazione alla fine sono arrivata a risolvere l’enigma,
perché di enigma veramente si tratta . Alcuni anni fa ho letto un libro
di Alvise Zorzi, “Da San Marco per sempre” ed. Oscar Mondadori.
Lo storico in questo libro scrive che “un contingente di sfollati di
Possagno viene spedito, tra mille tribolazioni e intoppi, fino a
Marsala, nella lontana e sconosciuta Sicilia. Due mondi totalmente
estranei l’uno all’altro. Questo accadde nel 1917, quando i profughi veneti si scontrarono con la realtà, ancora medioevale, del mondo
siciliano.” .

La risposta alla mia domanda sta tutta lì, nella presenza di
una comunità veneta in territorio siciliano e, in particolare, marsalese .
In Veneto il pettirosso, in dialetto, viene denominato “ Pett’russo”,
certamente i cittadini veneti, provenienti da Possagno, continuarono a
chiamarlo così anche in Sicilia, ma siccome noi siamo sempre stati
“bravi” a trasformare tutte le parole esterofile in parole nuove che
sono sole nostre, accadde che il Pettirosso, qui da noi, si denominò
“Zzapetru” e … andiamo al come accadde . Intanto era l’epoca in cui
si usava chiamare “zzu” e “zza” , chiunque fosse più anziano e quindi
“zza” ci sta tutto, tuttavia è a causa di una serie di contrazioni che si
perviene a “petru” , infatti i Sicilani contrassero talmente
“Pett’russo” che lo fecero diventare prima “Pitruzzu”, perché lo
vedevano piccolo, e poi, quando il pettirosso , sempre lo stesso, si
ripresentava nel corso degli anni negli stessi luoghi , considerato che
era passato tanto tempo, pensarono che fosse degno, a causa della sua
età, di esser chiamato Zio –“Zzi”. Siccome però, al richiamo prodotto
dal giocattolo, si presentavano tanti pettirossi e non solo uno , “Zzi al
plurale divenne “ Zza –e “ pitruzzu” divenne “petri”. E fu così che,
un semplice giocattolo , costruito con mezzo guscio di noce, un po’ di
refe e un fiammifero assunse il nome di “ Chiama Zzapetri”.

chiama zzapetri renata


Tornando ai giochi tra i maschi era molto diffuso il Gioco del Pallone,
del Cerchio, Sparu e disparu, Tiro alla fune, corsa con i sacchi , gioco
delle ciappole per catturare le lucertole con il laccio e chi amava la
musica si costruiva un Friscalettu con le canne o fischiava o suonava
il gambo, lo stelo della macchia di don mario (acetosella ) o del
tarassaco ( dente di leone) .

ruzzulu


Tra le giovinette invece erano diffusi giochi che si potevano fare
anche in casa e tra questi il gioco della Mosca cieca e del Girotondo.
La mosca cieca è un tradizionale gioco da bambini diffuso in molti
paesi del mondo. Lo si giocava all’aperto o in una stanza abbastanza
grande e vuota. Un giocatore scelto a sorte veniva bendato e
diventava quindi la “mosca cieca”, e doveva riuscire a toccare gli
altri, che potevano muoversi liberamente all’intorno.

zufolo di canna

Nella variante
più comune, se la “mosca” toccava un giocatore, quest’ultimo
prendeva il suo posto. Alcune varianti prevedevano che la “mosca”
riconoscesse il giocatore catturato (senza togliersi la benda) affinché
la cattura avesse effetto. La mosca cieca è un gioco molto antico, lo
citava nel V secolo lo scrittore romano Macrobio. Il gioco ebbe una
grande diffusione in Inghilterra nel periodo vittoriano e veniva giocato
dalle “fanciulle di buona famiglia”. Le fanciulle giocavano con i
cerchietti , Acqua, fuoco e fuochino, Nascondino( buè) , Caccia al
tesoro, Gioco del perché. Sotto Carnevale poi per tutti: bambine,
bambini, adulti e anziani , solo e soltanto indovinelli. A Natale invece
Tombola, Ruba carte, Sette e mezzo e Mercante in fiera per tutti.
Quando i bimbi crescevano ed era scolarizzati si insegnava loro il
Solitario dal più semplice a quello più complicato e poi… battaglia
navale, tris, nomi di piante, fiori città. Poi , quando i fanciulli
diventavano un po’ più grandi, ancora una volta il gioco diventava
comune a maschi e femmine ed allora erano canti ( le serenate) e
balli (la tarantella). I maschietti più maliziosi , in presenza delle
ragazze, intonavano anche questa filastrocca :

“Tirituppiti e pai rattatu ,
conzami ‘u lettu
ca sugnu malatu,
sugnu malatu
di malinconia ,
conzami ‘u lettu e…
mi curcu cu tia!”.
Bei ricordi di quando ci divertivamo con poco, spendendo nulla e
mettendo in moto tutta la nostra fantasia, la nostra manualità ed anche
la nostra inventiva . Molti si saranno rivisti a praticare i giochi che ho
tentato di descrivere , molti, soprattutto i giovani, avranno riso perché
per loro i giochi sono stati e sono un’altra cosa.
Francesca La Grutta