Di cosa parliamo quando parliamo di violenza sul territorio e di ronde private

Di cosa parliamo quando parliamo di violenza sul territorio e di ronde private

di Fabio D’Anna

Gli eventi nella zona sud di Marsala tra Strasatti e zone limitrofe

Hanno destato scalpore alcuni eventi, peraltro ripetuti in un breve arco di tempo, di furti e violenze su cose e persone perpetrati nella zona sud di Marsala, tra la contrada Strasatti e zone limitrofe.

È dato apprendere che alcuni cittadini residenti in quelle zone, stanchi di subire passivamente continui atti di violenza, si siano organizzati in ronde private che avrebbero condotto, qui il condizionale è d’obbligo, a scene di guerriglia urbana nel cui ambito si sono registrati l’incendio di un furgoncino e diversi scontri tra presunti autori dei furti e le improvvisate ronde private. Sui fatti, com’è naturale che sia, indagano le forze dell’ordine. A seguire vi sono stati interventi istituzionali dell’amministrazione comunale e della Prefettura improntati, com’è naturale che sia, al rigoroso rispetto delle leggi in vigore che prevedono le puntali denunce da parte delle persone offese a carico dei malfattori. 

Sui social network, che sempre più sostituiscono i bar con le loro chiacchiere, impazza la polemica. Nei commenti i lettori si dividono tra coloro che invocano l’uso esclusivo della forza dei tutori dell’ordine e coloro che, invece, accolgono favorevolmente o plaudono all’uso privato della forza quale forma legittima di reazione e difesa di un territorio non presidiato abbastanza dalla polizia e dai carabinieri. 

Occorre però analizzare la situazione dal punto giuridico e delle dinamiche sociali. 

La domanda da porsi infatti, oltre il clamore della cronaca e la morbosa curiosità dei lettori, è innanzitutto un’altra: in Italia le ronde private, cioè i raggruppamenti o le associazioni di privati cittadini che si organizzano per presidiare un luogo, sono consentite o vietate dalla legge? 

Lo Stato prevede che il cittadino, deleghi alle Forze dell’Ordine l’uso legittimo della forza per assicurare la pace sociale e i criminali alla giustizia

Il concetto di ronde civili non è del tutto nuovo in Italia. Già nel 2009, con Maroni Ministro dell’Interno, é stata varata una norma – ancora in vigore – che ha introdotto un “Piano straordinario di controllo del territorio”, conferendo ai sindaci il potere di avvalersi della collaborazione di associazioni tra cittadini non armati per segnalare situazioni di disagio sociale. Queste associazioni, note come “osservatori volontari”, devono, però, é bene subito premettere, rispettare precise regole e non possono in alcun modo sostituirsi alle forze dell’ordine.

Il Decreto Minniti del 2017 ha ulteriormente rafforzato questa possibilità, ampliando i poteri dei sindaci per gestire fenomeni di degrado urbano e insicurezza. Tuttavia, anche qui, le ronde possono solo segnalare eventuali problemi e non intervenire direttamente, lasciando sempre il potere d’azione alle forze di polizia.

Fatta luce, sia pure sinteticamente, sullo stato dell’arte della regolamentazione delle ronde, ci si deve chiedere il motivo per il quale ai cittadini non è consentito di sostituirsi alle forze dell’ordine nella difesa di un territorio, pur essendo garantito il diritto, garantito dalla Costituzione, di associazione per fini non vietati dalla legge penale e gli altri diritti quali quello di legittima difesa e persino quello che attribuisce al privato di arrestare chi è colto in flagranza di reato. 

Ebbene, la risposta è presto detta: non è consentito perché lo Stato prevede che il cittadino, pagando le imposte, deleghi alle forze dell’ordine l’uso legittimo della forza per assicurare la pace sociale e i criminali alla giustizia. L’ordinamento giuridico, pertanto, affida la difesa dei cittadini allo Stato che la realizza in virtù delle imposte progressive che i contribuenti pagano anche per essere adeguatamente tutelati. 

Le ronde private sono consentite o vietate dalla legge?

E allora, tornando alla domanda iniziale, queste ronde, sono legittime o no? Lo sono se non esorbitano dai limiti imposti dalle norme richiamate e se, regolarmente costituite in associazioni, segnalano atti di violenza alle forze dell’ordine e si muovono nel quadro delle altre norme esistenti. In nessun caso, pertanto, i privati sono legittimati a punire i presunti autori di reati con la violenza, e cioè commettendo altri reati, sia pure “ a fin di bene”.

Fin qui il diritto. 

La tentazione di farsi giustizia da sé risponde alla domanda come possiamo vivere in tranquillità se non difendendoci da soli?

Se però si analizza la questione dal punto di vista sociale, non vi è dubbio alcuno che tanti cittadini, ormai non solo nelle periferie ma anche in centro, avvertano un crescente clima di paura, di disagio, quasi di abbandono dalle forze dell’ordine che, occorre dirlo subito, fanno ciò che possono con i mezzi e gli uomini che hanno a disposizione. Questo clima di dilagante insicurezza, che può sconfinare in psicosi collettiva, è il brodo di coltura delle risposte “di pancia” sostenute e incoraggiate da tanti cittadini. 

La tentazione di farsi giustizia da sé, risposta spontanea e che ubbidisce al naturale principio di sopravvivenza, in astratto giustificabile, risponde alla domanda fondamentale: se nessuno ci aiuta in tempo reale, come possiamo vivere in tranquillità se non difendendoci da soli? 

È chiaro che a dissipare il dubbio soccorre il diritto nei termini già enunciati. Tuttavia, va detto qualcosa in più. L’uso della violenza privata, questo il mio parere di avvocato e osservatore dei fenomeni sociali, sancisce una duplice sconfitta. 

In primo luogo quella dei cittadini che non si fidano più dello Stato e revocano allo stesso la delega dell’ordine sociale. 

In secondo luogo quella di uno Stato sempre più impotente a fronteggiare episodi di violenza, che spesso trascendono i reati contro il patrimonio e sono frutto di un disagio sociale più esteso tale da non potere essere più affrontato soltanto in chiave repressiva e normativa, bensì culturale, preventiva, e quindi politica. 

I fenomeni sociali vanno letti, ascoltando le persone che soffrono il disagio, sforzandosi di vivere le loro paure, le loro angosce, di interpretare il senso, vero o presunto, di abbandono, non solo e non tanto per fornire rassicurazioni di maniera o inviti generici alla legalità, bensì per trasmettere l’idea che esiste una dimensione individuale e una sociale della comunità, che nessuno è o deve sentirsi solo o abbandonato e che può dialogare , anche in termini aspri, senza che la paura possa condurre a dimenticare la ragione per cedere alla violenza, sia pure in chiave difensiva. Non è, sia chiaro, un compito agevole o semplice, la nostra città è articolata su un territorio più esteso di città metropolitane come Palermo. Si pensi che Marsala ha un’estensione di circa 243 chilometri quadrati mentre Palermo ne ha una ben minore di circa 160, Trapani di 180, Catania di 182 e Napoli di 117, solo per citare qualche esempio e rendersi conto della portata del fenomeno.

Se le forze politiche di ogni livello e le istituzioni a presidio dell’ordine pubblico non si rendono conto di questo dato, che non è soltanto geografico ma la mappa di un bisogno effettivo, quale quello che richiede presenze adeguate all’estensione della comunità, ogni appello, pur legittimo e corretto, sarà poco efficace.

Occorre un patto tra cittadini, forze politiche e istituzioni, come quello che dovrebbe esserci tra le varie generazioni, perché come si sa, mentre il politico pensa al consenso, lo statista si occupa delle prossime generazioni, di coloro cioè a cui lasceremo il nostro testimone. 

Vi è traccia di questi statisti?