di Marco Renda
Questo Natale 2025 chiude un anno santo, che ha voluto celebrare con particolare solennità il mistero dell’Incarnazione di Dio, mistero affermato con forza proprio 1700 anni fa nel primo Concilio della Chiesa, celebrato a Nicea nell’attuale Turchia. A quel Concilio l’imperatore Costantino, preoccupato della tranquillità anche religiosa del suo impero, aveva convocato i vescovi dell’ecumene per decidere riguardo la dottrina che il prete alessandrino Ario propagava con successo, grazie alla sua abilità retorica ed alla sua formazione filosofica, secondo la quale il Figlio non è uguale al Padre nella natura divina, ma è esso stesso una emanazione dall’Essere primo, cui è naturalmente inferiore. La tradizione vuole che il vescovo Nicola di Myra si indignò a tal punto per quanto Ario affermava del Figlio che in piena assise conciliare con un sonoro schiaffo mandò fisicamente e teologicamente al tappeto il povero Ario.
Forse per questo san Nicolaus è diventato il simbolo stesso del Natale, conosciuto come Santa Claus/Babbo Natale. La grandezza del Natale, il suo mistero, consiste tutto nel fatto che il Bambino che riposa sul fieno della stalla di Betlemme è davvero Dio in persona, Dio che si è fatto uomo, totalmente uomo senza perdere nulla del suo essere Dio. E’ questo che rende quel Bambino unico, ma è questo che rende unico ogni bambino, ogni bambina, ogni essere umano. Perché se Dio stesso ha voluto vivere la vita dell’uomo, questa vita assume un valore incomparabile, questa vita umana ha una grandezza divina. “Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventi dio” non si stancava di ripetere Atanasio, il grande oppositore teologico di Ario. Solo se Dio ha vissuto davvero la vita dell’uomo, questa vita è salvata, perché la salvezza è comunione esistenziale ed ontologica, e l’una perché l’altra, con il Bene, l’Amore, la Vita. Dunque ora chi vuole cercare Dio non può che trovarlo nella carne umana, perché il Dio invisibile, inconoscibile e totalmente trascendente, lì si è fatto familiare, prossimo, conoscibile ed amabile.
La fede cristiana dunque non può mai essere vissuta come fuga ed evasione dall’umano, ma come assunzione dell’umano in tutte le sue valenze, anche nei suoi limiti e debolezze, poiché l’Onnipotente si è manifestato nella forma reale dell’impotenza propria di questa nostra umanità, fino all’impotenza assoluta della morte. Dio è nella carne: nella carne consegnata all’abbraccio dell’amore o piagata dalla sofferenza; Dio è nel balsamo dell’amicizia autentica, come quella che offrirono al Figlio di Dio gli amici di Betania, ma anche nell’estrema solitudine dell’abbandono che Egli conobbe e gridò dalla croce; è nel lavoro duro che segnò le mani callose del falegname di Nazareth, le stesse mani che senza fatica avevano creato galassie, e nella tenerezza di una carezza materna che sfiorò il volto di Colui che è eterno. Ogni esperienza umana, poiché vissuta da Dio in persona, è ormai luogo dove può accadere il divino, e dove davvero accade quando è vissuto dall’uomo divinizzato dalla grazia, reso partecipe della vita divina (cf 2Pt 1,4). Per questo non possiamo che concordare con Simone Weil quando dice: “Non è dal modo in cui un uomo parla di Dio, ma dal modo in cui parla delle cose terrestri che si può meglio discernere se la sua anima ha soggiornato nel fuoco dell’amore di Dio”. Buon Natale!
don Marco Renda
Arciprete di Marsala
