L’Italia ricorda Paolo Borsellino ucciso il 19 luglio di 28 anni fa. Mattarella:” La limpida figura del giudice Borsellino continuerà a indicare ai magistrati, ai cittadini, ai giovani la via del coraggio, dell’intransigenza morale, della fedeltà autentica ai valori della Repubblica”

L’Italia ricorda Paolo Borsellino ucciso il 19 luglio di 28 anni fa. Mattarella:” La limpida figura del giudice Borsellino continuerà a indicare ai magistrati, ai cittadini, ai giovani la via del coraggio, dell’intransigenza morale, della fedeltà autentica ai valori della Repubblica”

“Dobbiamo fare in modo che questa città possa vivere nella normalità e nella serenità”: erano le parole che Paolo Borsellino ripeteva spesso ai suoi cari, come ricordava la sorella Rita alcuni anni fa. “Paolo non amava molto parlare dei
suoi disagi. – aggiungeva – Cercava sempre di evitare che noi familiari ci preoccupassimo e che soffrissimo anche di quello di cui lui sicuramente soffriva”. “Il coraggio della solitudine” si intitolava il capitolo con cui Rita Borsellino insieme a Maria Falcone, sorella di Giovanni, decise nel 2006 di introdurre la ristampa del libro di Giommaria Monti: “Falcone e
Borsellino. La calunnia, il tradimento, la tragedia”. Un testo scritto nel 1996, poi aggiornato e ristampato nel 2006, che
contiene atti del Csm, articoli di giornale, sentenze di tribunali, interviste rilasciate nel corso di un decennio. Documenti in
grado di parlare da soli, che raccontano anche i momenti tristi, le delusioni e la solitudine di due giudici straordinari che
avevano un solo difetto: quello di credere nello Stato. Un libro amaro, ma utile. In quelle pagine Rita Borsellino ricordava
anche come una delle ferite più profonde fu causata a Borsellino dalla pubblicazione del famoso articolo di Leonardo
Sciascia sul Corriere della sera del 10 gennaio 1987: ‘I professionisti dell’antimafia’.
Un mese dopo l’assassinio di Falcone e 23 giorni prima del proprio assassinio, Borsellino ne parlò: “Giovanni ha
cominciato a morire tanto tempo fa. Questo paese, questo Stato, la magistratura che forse ha più colpe di ogni altro,
cominciarono a farlo morire nel gennaio 1988, quando gli fu negata la guida dell’Ufficio Istruzione di Palermo. Anzi, forse
cominciò a morire l’anno prima: quando Sciascia sul “Corriere” bollò me e l’amico Leoluca Orlando come professionisti
dell’antimafia” (era il 26 giugno 1992).
L’articolo lo ferì, “come se lo avessero colpito alle spalle all’improvviso. – ricorda Rita Borsellino – Era una cosa che
non si aspettava e per questo gli fece particolarmente male, sapeva di non meritare un giudizio del genere. Fece male a
lui, alla sua anima, alla sua intelligenza. Poi con Sciascia si incontrarono a Marsala – ricorda ancora – andarono a
pranzo insieme, si chiarirono”. Ma non fu l’unica amarezza.
Qualcuno ha scritto che la legalità non è un valore dato una volta per sempre, ma un processo, un percorso, un
cammino. Un dovere morale e sociale cui devono continuare ad assolvere soprattutto i testimoni, coloro che videro,
coloro che vissero e sopravvissero. La conoscenza si lega sempre al passato e alla memoria e proprio per questo
richiede l’impegno costante di chi deve mantenerli in vita.
“Il 19 luglio del 1992 una terribile esplosione in via D’Amelio a Palermo spezzava la vita di Paolo Borsellino e di cinque
agenti della sua scorta, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. – ha
dichiarato oggi il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella – Desidero ricordarli, rinnovando vicinanza e
partecipazione al lutto inestinguibile delle loro famiglie.
A distanza di tanti anni non si attenuano il dolore, lo sdegno e l’angoscia per quell’efferato attentato contro un magistrato
simbolo dell’impegno contro la mafia, che condivise con l’amico inseparabile Giovanni Falcone ideali, obiettivi e metodi
investigativi di grande successo.
Borsellino rappresentava, con la sua personalità e i suoi comportamenti, tutto ciò che la mafia e i suoi accoliti detestano
e temono di più: coraggio, determinazione, incorruttibilità, senso dello Stato, conoscenza dei fenomeni criminali,
competenza professionale.
Accrescevano la sua fama di magistrato esemplare la semplicità e la capacità di fare squadra, lontano da personalismi e
desideri di protagonismo. Vi si aggiungeva la ferma volontà di andare avanti, di non arrendersi anche di fronte a rischi,
ad attacchi, a incomprensioni e ostilità.
Sono particolarmente vicino ai figli di Paolo Borsellino in questa triste ricorrenza. Come sperimentano quotidianamente,
nulla può colmare una perdita così grave.
La limpida figura del giudice Borsellino – che affermava che chi muore per la legalità, la giustizia, la liberazione dal giogo
della criminalità, non muore invano – continuerà a indicare ai magistrati, ai cittadini, ai giovani la via del coraggio,
dell’intransigenza morale, della fedeltà autentica ai valori della Repubblica”.

F.S.